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Cambio fisso

Regime di cambio in cui il rapporto (o prezzo relativo) tra le valute di due o più paesi è rigidamente fissato dalle autorità monetarie, con l’impegno di mantenerlo costante al livello dichiarato. Il sistema può anche contemplare oscillazioni attorno al valore prefissato (o parità centrale), purché queste restino confinate all’interno di una banda ristretta, ad es. +/-1%, come negli Accordi di Bretton Woods , o +/- 2,25% come nello SME ( Sistema Monetario Europeo).

Il mantenimento di un sistema di cambio fisso comporta l’obbligo, per la banca centrale del paese che lo adotta, di intervenire sul mercato dei cambi ogni qualvolta il prezzo relativo della propria moneta tende a discostarsi dal valore concordato (o a superare i limiti fissati dalla banda di oscillazione). Ciò avviene attraverso operazioni di compra-vendita di valuta estera che implicano o la cessione (in caso di eccesso domanda) o l’acquisto (in caso di eccesso di offerta) di riserve valutarie sul mercato dei cambi. Ne segue che la credibilità di un sistema di cambio fisso risulta strettamente legata ad una adeguata disponibilità di riserve valutarie da parte della banca centrale.

In un regime di cambi fissi le autorità monetarie possono comunque decidere di modificare la parità del cambio per eliminare squilibri della bilancia dei pagamenti  che sono giudicati insostenibili nel lungo periodo. In queste situazioni vi può essere o una svalutazione, se il tasso di cambio viene aumentato – ossia se aumenta la quantità di moneta nazionale necessaria per acquistare una unità di moneta estera – o una rivalutazione, se il tasso di cambio viene diminuito. In generale, la prima decisione è associata al tentativo di appianare ampi e persistenti deficit della bilancia dei pagamenti, mentre la seconda al tentativo di ridimensionare i surplus.